Il doppio allarme degli epatologi: la steatosi metabolica riguarda oltre il 30% degli adulti nel mondo, mentre in Italia circa 8 milioni di persone, tra cui circa 660mila giovani tra i 18 e i 24 anni, consumano alcol a rischio per la salute
Roma, 18 marzo 2026 – Obesità, diabete e consumo di alcol stanno ridisegnando la geografia delle malattie del fegato. In Italia la steatosi metabolica interessa circa il 25% della popolazione, mentre oltre8 milioni di persone consumano alcol con modalità a rischio per la salute. Due fenomeni diversi ma sempre più intrecciati, che stanno spingendo la crescita delle malattie epatiche croniche e aumentando il rischio di cirrosi, tumore del fegato e necessità di trapianto. È questo uno dei temi principali al centro del 58° Annual Meeting dell’Associazione Italiana per lo Studio del Fegato (AISF), a Roma fino al 20 marzo presso il Centro Congressi Auditorium della Tecnica.
“Le malattie del fegato stanno cambiando profondamente e riflettono in modo sempre più evidente la trasformazione degli stili di vita della popolazione – osserva il Prof. Giacomo Germani, Segretario AISF – Steatosi metabolica e malattia alcol-correlata sono due facce della stessa crisi di salute pubblica: rappresentano patologie ad alta diffusione e ad alto impatto sociale, che richiedono diagnosi precoce, presa in carico appropriata e un forte investimento in prevenzione. È una sfida che riguarda non solo i clinici, ma l’intero sistema sanitario e la società civile”.
La steatosi epatica associata a disfunzione metabolica è oggi la più comune tra le malattie croniche del fegato. I dati italiani confermano questo scenario: la survey AISF recentemente presentata al Senato della Repubblica, condotta su 43 unità operative di 41 ospedali, mostra che ogni centro segue in mediana 300 pazienti con MASLD/MASH e registra 50 nuovi casi l’anno; circa il 40% dei pazienti presenta già una fibrosi significativa (F2–F3) e il 20% ha già sviluppato cirrosi. Inoltre, tra i pazienti in carico, la prevalenza mediana di diabete è del 40% e quella di obesità del 50%. Nella Regione europea dell’OMS quasi un bambino su tre in età scolare vive con sovrappeso o obesità: un dato che riflette il profondo cambiamento degli stili di vita e il crescente peso delle malattie metaboliche.
“La steatosi metabolica può restare a lungo silente, ma in una quota rilevante di pazienti evolve verso forme più aggressive, con fibrosi, cirrosi e tumore del fegato – spiega il Prof. Salvatore Petta, Professore Ordinario di Gastroenterologia all’Università di Palermo – Il problema è intercettare precocemente chi ha un rischio reale di progressione, soprattutto tra le persone con obesità o diabete, perché oggi abbiamo finalmente strumenti diagnostici non invasivi e nuove prospettive terapeutiche che possono cambiare la storia della malattia”.
Accanto a dieta, attività fisica e controllo del rischio, infatti, si affacciano terapie mirate per una quota di pazienti con malattia più avanzata. Il documento di indirizzo clinico AISF segnala che Resmetirom e Semaglutide sono i primi farmaci ad aver dimostrato efficacia istologica negli studi di fase 3 per i pazienti con MASH e fibrosi significativa, e propone un framework strutturato per identificare, selezionare e monitorare i pazienti eleggibili. Questo, però, apre anche un tema organizzativo: la survey AISF segnala che nei centri italiani l’epatologo è stabilmente inserito nei team per la gestione dell’obesità solo nel 23% dei casi, mentre nel 44% non ne fa parte.
Accanto alla steatosi metabolica, resta forte l’impatto della malattia epatica alcol-correlata, che continua a rappresentare una delle principali cause di cirrosi e trapianto di fegato. Secondo l’Istituto Superiore di Sanità, nel 2022 circa 8 milioni di italiani hanno consumato alcol in quantità considerate a rischio per la salute, mentre tra i 18 e i 24 anni si contano circa 660mila giovani consumatori a rischio.
“Nonostante decenni di prevenzione, l’impatto sociale della malattia epatica alcol-correlata resta molto forte – osserva la Prof.ssa Patrizia Burra, Professore Ordinario di Gastroenterologia all’Università di Padova – Quello che ci preoccupa da tempo è anche il cambiamento delle modalità di consumo tra i giovani, perché il binge drinking e il consumo inappropriato di alcol possono avere conseguenze non solo familiari, scolastiche e lavorative, ma anche epatiche molto severe. La malattia alcol-correlata non è solo il risultato di un consumo eccessivo protratto nel tempo, ma una patologia complessa, progressiva e potenzialmente fatale. Nella maggior parte dei casi evolve dalla steatosi alla fibrosi, poi alla cirrosi e, in circa il 6% dei casi l’anno, all’epatocarcinoma. Nelle forme acute più severe, come l’epatite alcolica, la mortalità a sei mesi può arrivare fino al 60%, rendendo fondamentale una presa in carico tempestiva e multidisciplinare”.
Uno dei punti più delicati riguarda lo stigma, che pesa sia nella malattia metabolica sia in quella alcol-correlata. La EASL–Lancet Liver Commission ha evidenziato che lo stigma nelle malattie del fegato genera discriminazione, riduce la ricerca di cure e contribuisce a una minore allocazione di risorse, con un impatto negativo sugli esiti clinici. “Il paziente che ha problemi legati all’alcol tende spesso a sentirsi giudicato e quindi arriva tardi ai servizi sanitari – aggiunge la Prof.ssa Patrizia Burra – Ciò accade anche nelle persone con obesità o diabete. Quando il primo contatto con il medico è tardivo, la malattia è già progredita e le possibilità di intervento si riducono”.
Negli ultimi anni anche l’approccio al trapianto di fegato nelle forme più severe di malattia alcol-correlata è profondamente cambiato. In passato l’accesso al trapianto era subordinato alla cosiddetta “regola dei sei mesi”, che prevedeva un periodo minimo di astinenza dall’alcol prima di poter inserire il paziente in lista d’attesa. Oggi, sulla base di nuove evidenze scientifiche, questo criterio non è più considerato assoluto: nei casi di epatite alcolica grave, caratterizzata da una mortalità che può arrivare fino al 60% a sei mesi, il trapianto precoce può rappresentare l’unica possibilità di sopravvivenza per pazienti accuratamente selezionati.
“La gestione di questi pazienti richiede una valutazione multidisciplinare molto rigorosa – spiega la Prof.ssa Patrizia Burra – che coinvolge non solo epatologi e chirurghi dei trapianti, ma anche psicologi, psichiatri e educatori. L’obiettivo è identificare i pazienti che possono beneficiare del trapianto e accompagnarli in un percorso di cura e di recupero complesso”.
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